Scimmiette clonate e dove trovarle

Ci sono riusciti: in Cina hanno clonato due scimmiette. Fossero state tre, potevano dedicarsi al “non vedo, non sento, non parlo”. Il sentimento nerd è misto: da un lato la soddisfazione di vedere, finalmente, il nostro immaginario diventare concreto – altro che macchine volanti, io voglio il mio clone da schiavizzare mentre me la spasso – dall’altro il desiderio razionale di capire qualcosa di più della faccenda. Perché ad attaccarsi ai sogni, senza comprenderli, li porta a un passo dal diventare incubi, per di più complottaroli. Così ho importunato un amico di vecchia data, scienziato e biologo, ovvero Paolo Armando Gagliardi.

Il primo passo per quanto mi riguarda è lo scetticismo. Quindi domando: l’idea che scienziati in Cina siano riusciti a clonare due scimmie è verosimile da un punto di vista scientifico? Risponde Paolo: “Ho verificato: i risultati della clonazione delle scimmie sono stati stata pubblicati su Cell, uno dei giornali più prestigiosi in assoluto. Una rivista americana del livello di Nature e Science, su cui tutti gli scienziati ambiscono a pubblicare (e in pochissimi ci riescono)”.

Ci tradurresti l’articolo, non solo dall’inglese ma anche in linguaggio comune? “L’introduzione spiega molto bene la cronistoria della clonazione dei mammiferi e il motivo per cui ci sono voluti più di 20 anni dalla pecora Dolly per clonare un primate. Il motivo è che nei primati, durante la clonazione, il nucleo della cellula adulta non si riprogramma spontaneamente. Per cui sono state necessarie lunghe ricerche per identificare le giuste modificazioni da fare alla cellula uovo, in modo da permetterle di riprogrammare il nucleo della cellula adulta. Il vero valore di questa pubblicazione è proprio quello di aver trovato l’approccio tecnico giusto per riprogrammare la cellula adulta. Rappresenta quindi l’evoluzione e il miglioramento della tecnica usata per Dolly. Va detto inoltre che nonostante il successo solo due scimmie, dei molti tentativi fatti, sono nate e sopravvissute”.

Quindi la notizia è confermata da fonte autorevole? “Nella pubblicazione fanno tutti i controlli per dimostrare che le scimmie nate sono davvero cloni dell’originale (tramite sequenziamento del DNA). Cell è una rivista “peer-review“. Infatti tutti gli articoli sono soggetti a revisione da 2-3 reviewer anonimi scelti perché esperti nel settore. Solitamente la review si articola in: (1) Prima submission: i reviewer leggono e chiedono nuovi esperimenti. Di solito questa fase dura un mese. (2) Gli autori fanno gli esperimenti per rispondere alle obiezioni dei reviewer. Dura da 2 mesi ad 1 anno. (3) Submission dell’articolo revisionato. Se i reviewer approvano l’articolo, questo viene pubblicato. Questa fase dura circa 1 mese, più il tempo editoriale di impaginamento e stampa.

Ora, nell’articolo in questione il tutto è avvenuto in tempi sorprendentemente rapidi. Penso che questa rapidità sia dovuta all’importanza e alla spettacolarità della scoperta. La Cina sta crescendo tantissimo per quantità e qualità delle pubblicazioni scientifiche e si pensa che in futuro possa superare gli USA. Quindi ormai non c’è più da stupirsi che scoperte scientifiche importanti arrivino dalla Cina. Per cui, a meno di prova contraria, e vista la reputazione della rivista, i dati riportati mi sembrano molto affidabili. L’unica cosa, come dicevo, che mi lascia perplesso è la rapidità del processo di peer-review”.

In che modo, secondo te, questa scoperta cambia il futuro della ricerca scientifica in ambito genetico? “Ci sono molte future applicazioni: le cellule adulte che sono state usate per fare la clonazione sono dei fibroblasti di scimmia (cellule del tessuto connettivo). Queste cellule crescono molto bene in piastre da coltura, nutrite con un terreno di coltura artificiale. Possono essere espanse, condivise e manipolate geneticamente. La facilità di coltura di queste (e molte altre cellule) permette a qualsiasi laboratorio con un minimo di attrezzatura di poterci lavorare.

Quindi è possibile, con relativa facilità, fare modifiche genetiche in queste cellule: togliere e modificare geni o aggiungere geni nuovi (ad esempio geni che codificano per proteine fluorescenti). Una volta generati questi fibroblasti modificati, sarà possibile inserirli nella cellula uovo e ottenere una scimmia che mostrerà gli effetti della modifica dei geni che è stata fatta nei fibroblasti. Questo permetterà di pensare nuovi esperimenti e di fare nuove scoperte, spostando più avanti la conoscenza sullo sviluppo nei primati”.

È corretto dire che la scoperta ci porta più vicino alla clonazione umana? “In effetti dal punto di vista tecnico ora è verosimilmente fattibile, ammesso che le modifiche apportate nel protocollo di clonazione per riprogrammare il nucleo della cellula adulta valgano anche per le cellule umane. Diciamo che dal punto di vista scientifico non è lo scopo per cui è stata fatta la clonazione della scimmia. Lo scopo è stato quello di facilitare studi genetici su geni e proteine coinvolte nello sviluppo in un modello più vicino all’uomo di altri modelli classicamente utilizzati, come topi e ratti”.

Quindi niente cloni umani dietro l’angolo? “Sicuramente questa scoperta alzerà un polverone e molti governi dovranno prendere posizione: se permettere, oppure no, di applicare questa procedura alle cellule umane. Tuttavia non si può escludere che in qualche paese rimanga legalmente possibile questa procedura sull’uomo e, di fatto, permettere ricerche per la clonazione umana. Vedremo cosa ci riserva il futuro”.

Quali applicazioni anche di natura medica potremmo invece aspettarci da questa scoperta, riscontrabili nella vita di tutti i giorni? “Come dicevo gli studi genetici che saranno d’ora in poi possibili sulle scimmie permetteranno di affrontare molte problematiche che colpiscono l’uomo, come le malattie genetiche e i tumori. Ad esempio sarà possibile riprodurre malattie genetiche sulle scimmie, far nascere molti cloni della stessa scimmia e su questi testare diversi farmaci.

Un’altra possibile applicazione sarà lo studio dei fattori ambientali sulla salute. Ad esempio cloni di una stessa scimmia potranno essere esposti a diverse condizioni ambientali, oppure diverse diete, permettendo di comprendere quale sia l’effetto di questi fattori sullo sviluppo dei tumori”.

Grazie a Paolo perché ora mi sento meno cretino. Se questi tipi di approfondimenti piacciono – alla  faccia dei nerd disinteressati al mondo reale – fatevi sentire: ce ne saranno altri. Non necessariamente cloni, eh.

Paolo Armando Gagliardi è un biologo, laureato presso l’università di Torino nel 2007 e conseguito il dottorato in Medicina Molecolare nel 2012. Ha svolto esperienze di ricerca presso l’istituto di ricerca di Candiolo (TO, Piemonte) e l’università di Berna (Svizzera), dove lavora al momento. Durante la sua attività di ricerca si è occupato di molti argomenti, tra cui lo studio di alcuni enzimi (le kinasi) sulla crescita e la disseminazione dei tumori, la capacità delle cellule epiteliali (di rivestimento) di muoversi e di auto-organizzarsi e il ruolo dei vasi sanguigni nello sviluppo dei tumori.

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