Perché non vorrei un’Edizione Critica di Babylon 5 (e altre paranoie)

Compie il venticinquesimo anniversario dalla prima messa in onda una serie tv di fantascienza di nome Babylon 5. Produzione americana, con la consulenza di Harlan Ellison e Neil Gaiman tra gli autori, è sostanzialmente una creatura di J.M. Straczyinski, showrunner e ideatore che – secondo la leggenda – per l’intera durata della serie conservò un foglio di appunti appiccicato sul retro di un cassetto della scrivania: c’era scritto il finale della storia, che conosceva lui e lui solo.

Narra di una stazione spaziale/porto franco costruita nel tentativo di instaurare forme di dialogo tra i popoli della galassia pochi anni dopo che l’Umanità ha rischiato di essere spazzata via da una delle specie aliene, i Minbari. Dal canto loro i Centauri e i Narn arrivano da secoli di dominazione, i primi verso i secondi, mentre ci sono i Vorlon: rinchiusi in “tute relazionali”, nessuno sa che aspetto abbiano, chi siano e cosa vogliano. Inoltre qualcun altro trama nell’Ombra (maiuscolo voluto).

Gli esperti considerano B5 una delle prime serie a continuity stretta, che evolve di episodio in episodio, anticipatrice della tendenza seriale contemporanea. All’epoca fu definita anche un “anti Star Trek, perché sbaragliava (in modo purtroppo molto contemporaneo) il tentativo roddenberriano di mettere in scena un’Umanità ragionevolmente in armonia, che ha superato i conflitti interpersonali; tra gli episodi ne esiste uno rimasto negli annali, che racconta lo sciopero del personale portuale della stazione (giuro), tra le sottotrame l’ascesa di un umanissimo partito xenofobo (ma dai?).

Dovrei consigliarne la visione, il problema è: non esiste una maniera legale per vedere Babylon 5, oggi, per chi non comprenda a sufficienza la lingua inglese. On line trovi – non sempre disponibile – il cofanetto della prima stagione con doppiaggio italiano e un titolo fuorviante (La leggenda dei ranger), svariati cofanetti, anche integrali delle 5 stagioni, ordinabili con qualche difficoltà. La messa in onda tricolore fu discontinua e notturna, santi videoregistratori (e padri pazienti, nel mio caso); ci pensò poi il defunto Canal Jimmy alla programmazione in sequenza, non sono certo se operazione analoga sia stata poi fatta anche dalla benemerita Rai 4 – quella che amava la fantascienza al punto da recuperare Andromeda e che, Grande Giove, è a sua volta un ricordo.

Ora, che B5 sia stata importante per lo sviluppo della narrazione seriale in toto, lo dicono persone più competenti di me. Non avremmo probabilmente la premiata The Expanse, senza, solo per fare un nome. Un classico da vedere, che in quanto tale meriterebbe una migliore accessibilità anche nel nostro paese? La frase è talmente risaputa da puzzare. Perché a colpi di monumenti uccidiamo la fruizione per passione. E sono certo che, da qualche parte, c’è una giovane appassionata che evita la visione di B5 come la peste perché qualche rompiscatole come me l’ha decantata, magari con argomenti non sufficientemente validi; oppure persino perché, approcciata brevemente, non l’ha gradita: lo stile, gli effetti speciali, i personaggi, potrebbero apparirle indigesti perché irrimediabilmente datati. Succede.

Non ho risposte ma molte domande, ma è una questione che mi piacerebbe portare avanti. Non esiste sul mercato italiano un’edizione in DVD completa di Babylon 5. È possibile – anche se non certo – che il mercato non sia in grado di assorbirne un numero sufficiente di copie perché l’edizione sia commercialmente appetibile. Inoltre gli appassionati, sempre di più, sono in grado di fruire un prodotto in lingua inglese, quindi chissenefrega della localizzazione.

Invocare edizioni critiche da parte di editori illuminati, francamente, mi fa correre mano alla spada laser. Sta succedendo qualcosa del genere nel fumetto tricolore, molti piccoli editori rincorrono le versioni absolute in pelle umana di questo o quel Maestro delle Nuvole Parlanti che pubblicava le sue meravigliose storie sul Corriere dei Piccoli.

Sbaglierò io, ma quello che riscontro è proprio un inceppamento del linguaggio: sono terrorizzato all’idea che a forza di costruire monumenti, anziché occasioni di condivisione e fruizione, ci ritroveremo con delle riserve indiane di sapienti, che fanno eventi per pochi intimi in un linguaggio per iniziati; e fuori dalle mura la desolazione di analfabeti che fruiscono pessima narrazione e reality show perché nessuno è stato in grado, con i fatti, di dimostrare che esiste qualcosa di più divertente e, guardacaso, pure stimolante da vedere.

Chiunque abbia voglia di aiutarmi a comprendere è benvenuta/o.

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