Salvate il soldato Jeeg (dalle stroncature rivolte al sistema)

C’era una volta un piccolo film, il cui regista ha dovuto lottare strenuamente per portare in sala. Lo chiamavano Jeeg Robot aveva a suo tempo creato buzz, eppure per qualche ragione era rimasto fuori dal mio radar; non ringrazierò mai l’amico che mi propose, una sera di circa 2 anni fa, di andarlo a vedere.

In corso d’opera non credevo ai miei occhi: era una vicenda supereroica, ma tutta italiana (anzi, di sottobosco criminale romano); dipanava la trama in base ai luoghi comuni del genere, aderendovi con intransigenza ma anche un gustoso senso del grottesco che salvava la pellicola. Sempre sul punto di trasformarsi in una vaccata colossale, sempre abile a scansare il peggio. E, come risultato, un wish fulfillment: quello che ogni nerd della mia generazione avrebbe voluto vedere prodotto anche nel nostro paese.

Che ci saremmo presto avvicinati a quel gusto, quello stile, quell’immaginario, era prevedibile. Come spettatori siamo letteralmente imbevuti del cinema a stelle e strisce; bagliori di riproposizione in chiave parodistica erano già apparsi nei posti più impensabili, per esempio gli intermezzi onirici di Tre uomini e una gamba di Aldo, Giovanni e Giacomo; e la comparsa in tempi più recenti del “bacio a testa in giù” del primo Spiderman di Raimi in un videoclip de Il Volo avrebbe dovuto essere chiaro segnale di come anche gli scampoli di opere un tempo di nicchia (fumetti di supereroi) stavano diventando mainstream anche in Italia – da una certa fascia demografica in giù. Discorso complesso, su cui torneremo nel modo giusto.

Il passaparola, l’attualità e l’oggettiva solidità di Lo chiamavano Jeeg Robot lo ha portato nel giro di pochi mesi da piccolo prodotto alternativo a… lo so, viene mal di testa a pronunciarlo… Capolavoro del Cinema Indipendente. Premi a pioggia, consensi dalle sedi più impensate, saltatori professionisti sul carro del vincitore intenti a dire che “loro l’avevano apprezzato per primi”. Non ho ancora messo a fuoco appieno questa caratteristica del mondo culturale; italiano, ma immagino si riproduca in qualsiasi democrazia moderna: l’assenza di una via di mezzo, di personaggi e opere di media autorevolezza, quelli che potrebbero essere “di culto”; e piuttosto l’elevazione improvvisa a Capolavori e Vati (o Papi, nel caso di artisti e personaggi pubblici) di opere e persone significative, ma prive delle facoltà superumane che d’un tratto sembrano tutti impegnati ad attribuirgli.

Così poi arriva l’onda di riflusso. Alla messa in onda televisiva – che per “fatica” da parte del “consumatore” sta persino al di sotto del download illegale, non necessitando neppure dell’atto della ricerca del file – sono piovute le stroncature, varie per tono e autorevolezza dell’autore e della testata, di certo diffuse. E i bersagli abbondano: la troppa romanità di personaggi e situazioni (ditelo a un piemontese di provincia…), una certa ortodossia nelle svolte di trama che, per chi non apprezza il genere, possono essere decisamente indigeste. La più comica: una critica al fatto che il delinquente di mezza tacca e nulla cultura Enzo Ceccotti, dotato all’improvviso di superpoteri, scelga di rapinare un bancomat anziché diventare seduta stante un paladino della giustizia. Per quest’ultima osservazione esiste solo una replica possibile: Vi meritate gli Occhi del Cuore, vi meritate.

Eppure le ragioni della stroncatura diffusa io le comprendo. Se non condividessi con il regista Gabriele Mainetti il gusto per la reinvenzione e per il grottesco, oltre al background “nerd”, Lo chiamavano Jeeg Robot sarebbe stato “una boiata pazzesca” anche ai miei occhi. Invece, dal canto mio, posso dare atto al regista di essere riuscito a fare esattamente il film che avremmo voluto vedere (noi nerd). Un film di genere robusto, godibile, esportabile: rispetto a tante produzioni nostrane, anche di qualità, che non sarebbero in grado di varcare i confini, per il suo attingere all’immaginario globale sono piuttosto certo che Lo chiamavano Jeeg Robot sia vedibile, e apprezzabile, in tutto il mondo.

È un capolavoro, quindi? No. Lo vedranno in tutto il mondo? Non so. Internet Movie Database menziona visioni ai festival e non distribuzioni in sala. Credo che stia andando meglio a Il ragazzo invisibile, prodotto già più furbo – e meno personale – nella confezione al primo capitolo, e perciò premiato da un sequel la cui esistenza mette senza dubbio in prima linea il mercato estero. Niente imprimatur di “capolavoro” e, forse, molto meglio per l’esito commerciale non solo del singolo film, ma della proprietà intellettuale nel complesso (hai detto niente!). E su questo, Gabriele Salvatores e i suoi dimostrano di saperla lunga anche quando, all’apparenza, hanno fatto un passo falso.

Nel caso di Gabriele Mainetti e il suo Jeeg, ho paura invece che il successo “di critica” peserà tantissimo sul suo futuro professionale. Piacere alle persone sbagliate, per la ragione sbagliata, di solito porta pessimi risultati. Gabriè, tu devi sapere una cosa: hai oggi un codazzo di dotti, medici e sapienti che ti elogiano e ti considerano Il Roberto Saviano del Cinema (à la Boris); tra qualche tempo, la loro presenza potrebbe essere riuscita a metterti i bastoni tra le ruote, a uccidere i tuoi sogni, a complicare il tuo lavoro, ad allontanare il tuo pubblico (è quello che sanno fare meglio); poi, un bel giorno, potrebbe darsi che i dotti medici e sapienti si rivolgeranno altrove, al nuovo Gabriele Mainetti da elogiare e da spennare. Quando quel giorno arriverà – e ti auguro che quanto qui prevedo, invece, non accada; ma se accadesse, e quel giorno arrivasse – Gabriè, tu ricordatelo: noi nerd ti vogliamo bene.

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