Ready Player One: come la reinvenzione nerd diventò di massa

Scrivere della narrazione globale – più o meno nerd – ti fa sentire costantemente un passo indietro. Approcciandomi alla visione di Ready Player One avevo preparato un pippone sulla reinvenzione, tramite frullato, dell’immaginario ’70/’80. Ma ero in ritardo per almeno un paio di passaggi: intanto il rimescolamento di elementi noti – non solo cinematografici ma anche musicali e genericamente pop – è già in atto da anni; inoltre Steven Spielberg, che a quella stagione eccezionale ha dato un significativo contributo all’epoca, non è (più) interessato ad alzare l’asticella, quanto piuttosto a consolidare una tendenza.

Detto in parole povere: se aspettavo di divertirmi, genuinamente, guardando Ready Player One, avevo sbagliato sala. Coetanei che condividono il mio background e i miei gusti sono avvisati. Forse avevo colto l’interferenza nella Forza non interessandomi al film in sé, né avendo particolari legami con il romanzo originario. Non si può essere “nerd” di tutto, suvvia. Neppure aveva fatto presa su di me l’assunto secondo cui una storia originale, che pure guarda a quell’immaginario – riproponendone schegge e umori come elementi della storia stessa – sia meglio degli innumerevoli sequel, reboot e remake dei vari franchise. Sono diverse strategie di marketing per puntare, in modi diversi, allo stesso pubblico. Dopodiché ci sono film buoni, film inutili, e qua e là film le cui good vibrations sono più intense e presumibilmente durature.

Ready Player One è un buon film, ma non va molto oltre a questo. L’estetica dei videogame – un po’ tutti, perché non ci si limita agli arcade, poi ci sono robottoni, tartarughe ninja ed eroi mascherati vari di sfondo – si sposa a una narrazione tanto lineare che andrebbe bene in un moderno sparatutto: esplorazione di un mondo, una caccia al tesoro, mirabolanti sequenze di azione. Mancano però quasi del tutto quei piccoli accorgimenti di tensione, svolta e reinvenzione indispensabili per rendere interessante una trama che, altrimenti, è sempre la stessa. Mentre l’eroe è tale perché fan, genuino e non “di posa”, di un illustre guru informatico del passato.

Perché ho trovato Ready Player One insoddisfacente? Perché, in effetti, in un certo senso è già storia vecchia. Rivincite dei nerd ne abbiamo viste a bizzeffe (anche in film opinabili come Pixels; che pure, non era già qualcosa del genere il primo Ghostbusters?), mentre è lontano il genuino spirito ludico, supportato dallo sguardo “altezza bimbo” dell’animazione, di un Ralph Spaccatutto. La cinefilia da battaglia aveva già frullato simboli, personaggi e citazioni: vedi Joe Dante da Gremlins 2 a Looney Tunes Back in Action. Rispetto ad allora, quando i riferimenti erano “bassi” e perciò riproducibili senza problemi di diritti, la complessità tecnica di Ready Player One è stato (immagino) il permesso di mettere in scena contemporaneamente la Delorean e King Kong, Gundam e il Gigante di Ferro. Per farne poco più che comparse, tra l’altro.

E parlando di divertirsi, un titolo su cui godo genuinamente a ogni (re)visione è I Guardiani della Galassia. Lì c’era reinvenzione pop a fianco di personaggi e una storia veramente vivaci e sentiti. Per ripescare un parallelismo fatto qui, sembrerebbe che Ready Player One stia ai Guardiani della Galassia come Il ragazzo invisibile sta a Lo chiamavano Jeeg RobotI primi esempi sono prodotti commercialmente consapevoli, da parte di autori consolidati; i secondi atti d’amore verso un immaginario, da parte di giovani autori che riescono a farne qualcosa di più. Sono molto curioso di sapere quale sarà il successo al botteghino di Ready Player One: ma trovo molto difficile che possa avvicinarsi a quello delle avventure di Peter Quill e soci.

La bacchettata che incasso dal signor Steven Spielberg è secca: anche Shining di Stanley Kubrick è oggetto di nostalgia e reinvenzione; a dispetto dei mugugni di cialtroni come il sottoscritto che non ritengono, per via della santificazione da parte dei Salotti Buoni, Kubrick sufficientemente “pop”; a differenza, per dire, di un John Carpenter. Ma questo è un mio problema, che un giorno o l’altro tratterò meglio.

Mentre la citazione – per quanto sottolineata a doppio evidenziatore – di Buckaroo Banzai segna un punto a favore di come la cultura nerd, fattasi mainstream, possa essere faro guida per riscoprirne anche le componenti più oscure e di nicchia. Il riferimento c’è ed è evidente; se susciterà la curiosità di giovani adepti, dipende da loro.

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